Corsa vs Covid

di Andrea Mondini

Sarà capitato anche a voi di lanciarvi in qualche battuta ardita e di ritrovarvi a distanza di qualche tempo a constatare, tra l’amarezza e lo sgomento, che quelle parole sono diventate realtà.

Beh, a me è capitato con una spericolata affermazione buttata lì il 4 di gennaio -giusto 4 mesi fa- mentre soddisfatto e rilassato mi sorseggiavo una birretta al pub Skarven nella notte polare di Tromsø.

“Per quest’anno, con la corsa sono a posto!” – perché fossi lì e perché lo dissi è, citando Federico Buffa, un’altra storia.

Fatto sta che…non l’avessi mai detto! Lo sapete meglio di me cari amici, da giorni il nostro correre è confinato entro un raggio di 200m, e proprio da oggi si potrà riprendere con qualche libertà in più. In queste settimane abbiamo visto a malincuore scivolare via le tapasciate, la gita del decennale a Ibiza, la Maratonina del Rugareto e chissà quando e in che modo potremo tornare alla vita podistica di pochi mesi fa.

Personalmente, seppur dopo qualche combattimento interiore, ho deciso di attenermi, senza recriminare troppo, alle regole di comportamento che ci sono state date in materia di attività fisica all’aperto. Vi dico come l’ho vissuta io (da privilegiato considerato quello che è successo intorno a noi): è stato il mio piccolo apporto alla lotta contro il Covid-19. Visto che viene descritta spesso al pari di una guerra, mi sono sentito come i cittadini americani che durante la Seconda Guerra Mondiale tenevano le luci spente di notte, dando un contributo a una battaglia che veniva combattuta dai loro soldati in Europa. Gesto magari poco influente ai fini dell’esito finale dello scontro, ma dall’alto contenuto in termini di solidarietà e unità:

solo con uno sforzo collettivo si vince, e ognuno fa quello che può.

Che per noi diventa: si corre dove si può.

Spazio alla creatività allora: abbiamo colorato con maggiore o minore precisione il perimetro del nostro isolato, trottando abbiamo scavato solchi in giardini trasformati in circuiti, abbiamo misurato la lunghezza di balconi, divani e tavoli per calcolare quanti giri completare per arrivare a una quota decente di km.

E chi ci vedeva ingegnarci in queste improbabili soluzioni alternative alla corsa all’aria aperta, avrà pensato come minimo (come minimo e se ci è andata bene): “ma questo è matto!”. Grazie, ma lo sapevamo, già no? Volete una prova? Confessatelo anche voi: la domenica mattina siete spiazzati, e vi manca alzarvi così presto per andare alla tapasciata di turno, e – ma questo è da cintura nera FIASP – vi manca trasformare il ritiro dei premi ai gruppi in un momento di assurdamente inutile e trepidante attesa.

E qui torniamo alla funesta profezia con cui ho iniziato: ma chi avrebbe mai potuto pensare che la scomparsa del mondo della corsa dal nostro orizzonte sarebbe potuta accadere e accadere tanto presto, che le competizioni sarebbero state annullate o posticipate, che davvero per molto tempo non ci sarebbe più potuta essere l’occasione di indossare un pettorale, che avremmo tutti dovuto saltare un giro e aspettare…

Questa combinazione di eventi mi ha fatto tornare a galla una riflessione che ho letto qualche tempo fa – magari l’avrete già intercettata declinata con un altro esempio – e che voglio condividere con voi.

Per farla breve, prendete un Maxibon: c’è il lato biscotto e il lato ricoperto di cioccolato. Ebbene: voi come lo mangiate? Prima la parte che vi piace di più o attaccate l’altra per tenervi il meglio per il gran finale? Io di solito opto per la seconda ma bloccato qui in casa mi chiedo: e se poi capitasse qualcosa e non ci fosse più il tempo e l’occasione per addentare la metà di gelato che stavo pregustando?

Fuori di metafora, quanto controllo pensiamo di avere sulle nostre vite e quante decisioni che prendiamo scontano questa illusione?

Ecco, queste saranno le domande a cui cercherò di rispondere quando in settimana uscirò di nuovo a correre – in solitaria e in sicurezza.

Non vedo l’ora di tornare a fare parapiglia con voi!

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