Una scelta difficile, una scelta giusta. La mia non-maratona di Firenze

1896862_10205269173154997_2233528765726585831_n“…No, ragazzi, non parto”. Comincia da qui il racconto di quella che è stata la mia non-maratona di Firenze dello scorso weekend. Questa piccola frase detta sotto il duomo di Firenze è stata forse una di quelle piu’ pesanti della mia esperienza podistica degli ultimi anni. Parole che hanno pesato sul mio morale per una buona mezza giornata ma che, alla fin dei conti, si sono rivelati l’unica – e saggia – scelta che era possibile fare.
Ma facciamo un passo indietro. Ci si prepara per mesi, ci si alza all’alba, si tralasciano altre migliaia di cose importanti per allenarsi per una 42 km e quanti di voi ne hanno corso o ne correranno una, sanno a cosa mi riferisco. Per tutti gli altri noi siamo quei pazzi che nel weekend si alzano prima che in settimana per fare il “lungo” , quelli che vedete come fantasmi nelle vie oltrestazione di Cislago che rincorrono la propria ombra sotto una pioggerella fastidiosa o, ancora, che hanno nel cervello i minuti al km anziche’ i neuroni “sani”. Ecco, io anche per quest’anno ho deciso di rimanere in questa pazza community.
Ti fissi un obiettivo, difficile ma fattibile, e ci lavori ( anche mentalmente ) per mesi.
Poi ti alzi il venerdi’ mattina prima della gara e scopri che un bel virus intestinale ha scelto te per passare una 24ore di festa ( per lui) .Il sabato, volendo comunque provare a farcela, senti che stai un po’ meglio, e che questo dannato virus – illudentoti che stia festeggiando con qualcun’altro – magari ti ha solamente “limato” gli obiettivi, magari semplicemente allargando il cronometro che, per come eri messo ieri, manco ci pensavi piu’ a quello che ti auto-pronosticavi solo una settimana fa.
Arriva la domenica e, mannaggia, scopri che quel virus non se n’era proprio andato del tutto ma che, avendo dimenticato le valigie in albergo ( il tuo stomaco) era venuto a riprenderle ed a starci ancora un po’, giusto il tempo di una mattinata, tanto era comoda la location.
E qui, seriamente parlando, spunta quel famoso “accontentarsi” che in questi mesi ho spesso ripetuto a Serena: molti lo vedono solo dal lato negativo; io vedo questo verbo come un saper riconoscere i propri limiti e le priorita’ della vita, come quel saper rinunciare a qualcosa che sarebbe troppo grande o troppo rischioso o, semplicemente, meno importante di qualcos’altro.
In questo caso poi si parlava della salute e partire con la disidratazione subita in cosi’ pochi minuti avrebbe voluto dire essere in difficolta’ gia’ nei primi km, anche se fatti piano. E magari prendersi del cretino perchè “… comunque ci hai provato … “.
Allora meglio rinunciare.
Si torna mestamente in albergo camminando con le famose “pive nel sacco” ( o nella pacco gara… fate voi… ) guardando dall’altro lato della strada gli ultimi ritardatari che corrono – beati loro – verso una sospirata partenza.
Quello che è successo poi al 41mo km forse non tutti lo sanno, ma essere tornati a casa da moglie e figlia domenica sera ha avuto per tutti, ma per me in particolare, un significato diverso, piu’ importante. Purtroppo un ragazzo di 38 anni non l’ha provato. Magari ce l’avrei fatta, mi dicevo all’inizio. Forse potevo partire, mi son detto piu’ volte. Ma la maratona la fanno tutti gli anni, la medaglia di Firenze prima o poi alla piccola Anna la porto.
Adesso fortunatamente ho un altro impegno vicino. Potra’ essere la mia rivincita come potrà non esserla. Ma in questo momento mi sento solo di poter dire che domenica, sotto il duomo di firenze, ho fatto la scelta giusta.

Agostino

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